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 STAATSKAPELLE DI DRESDA 

Georges Prêtre direttore


Data: 20-09-2006
Luogo: Auditorium Palacongressi

foto orchestra

Programma:

R. Strauss
Don Juan poema sonoro per grande orchestra op. 20
R. Strauss Duetto-Concertino per clarinetto, fagotto, orchestra d'archi e arpa
B. Bartók Concerto per orchestra Sz116

Con il contributo di Confindustria Rimini

 

Il cartellone sinfonico della Sagra si chiude con due protagonisti di assoluto rilievo: la Staatskapelle di Dresda, il leggendario e prestigioso corpo orchestrale che vanta 455 anni di ininterrotta tradizione, e il direttore Georges Prêtre, l’“interprete d’orchestra” – come ama definirsi – tra i più amati e apprezzati al mondo. Anche in questo caso – dopo la Camerata Salzburg ad interpretare Mozart, e la Gewandhaus di Lipsia Schumann – il repertorio scelto non poteva essere più appropriato. Il programma prevede due brani di Strauss: un accostamento che permette di confrontare due composizioni create a distanza di molto tempo l’una dall’altra, all’inizio e alla fine della carriera del musicista. Il Don Juan, poema sonoro scritto da Strauss a 24 anni e primo suo capolavoro che apre la serie di poemi sinfonici, è tratto dal poema omonimo di Nikolaus Lenau, di cui Strauss non segue i versi passaggio per passaggio, ma ne riprende l’immagine fondamentale, ossia la vitalità erotica incessante, resa in musica attraverso la sorpresa, il continuo accumularsi di colpi di scena nella generale sensualità sonora. L’altro brano di Strauss, composto a 83 anni, è il Duetto-Concertino: pur avendo una struttura tradizionale in tre parti senza interruzione, richiama vagamente un sottofondo narrativo. Strauss sembrava infatti rifarsi alla storia del principe, in questo caso il fagotto, che si fa guardiano di porci pur di stare vicino alla sua principessa, “interpretata” dal clarinetto. Infine il Concerto per orchestra Sz 116 di Bartók, composto dopo il trasferimento del compositore negli Stati Uniti nel 1940: esso testimonia l’allontanamento dal poderoso costruttivismo del decennio precedente a favore di un più attenuato rigore stilistico e di una ricerca del colore ricco e meno delineato. Una sorta di ritorno all’umanesimo romantico da cui Bartók aveva preso le mosse agli esordi della sua carriera.